li ho rimessi nello zaino, piano, come si rimette a posto un oggetto fragile.
Il termosifone borbottava ancora, ostinato. Fuori, nel corridoio, si sentivano passi che correvano verso la libertà dell’intervallo lungo, voci che tornavano leggere per forza d’abitudine. Dentro, invece, era come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo.
Ho guardato l’orologio. Ho aspettato.
Poi ho sentito un colpo leggero alla porta.
Non un bussare deciso. Più un “posso esistere qui?”, fatto con le nocche.
Ho aperto.
Era Alessandro.
Non aveva più la faccia del capitano che entra