ripetei, a bassa voce.
Quasi nessuno, al tavolo, mi sentì. Le mie parole parvero infrangersi contro l’atmosfera che si faceva sempre più densa, come gocce di pioggia su un vetro: presenti, eppure incapaci di lasciare traccia nella mente di chi ascoltava. Eppure, una volta pronunciata – per quanto sottovoce – una parola inizia a vivere di vita propria, come un seme gettato nella terra che, col tempo, germoglia.
«Come dici?» chiese Vadim.
Alzai lo sguardo. «Hai definito un essere umano “un peso morto”».
Lui accennò quel solito sorriso, quello che di solito