Firmai ogni pagina.
Lo feci al tavolo numero sette, con dei gigli bianchi davanti a me, mentre la playlist del matrimonio passava dai brani Motown a dolci canzoni d’amore degli anni Settanta; poco lontano, mia figlia rideva, circondata da persone che le volevano bene.
Non piansi.
Non feci una sola domanda.
Non creai alcuna scena.
Mio marito ripose i documenti in una busta, si sistemò la giacca e, meno di venti minuti dopo, lasciò il locale insieme a una collega: una donna con la quale intratteneva una relazione da circa