Un silenzio che dice più delle parole: una storia di famiglia

cui nessuno aveva mai sospettato l’esistenza. «Se prendevo quattro, chiedeva perché non fosse un cinque. Se prendevo cinque, chiedeva perché non fossi la migliore della classe. Quando vincevo una gara scolastica, diceva che i veri vincitori non festeggiano in anticipo: che è un segno di debolezza». Emise una risata amara, breve e priva di qualsiasi sfumatura, come se fosse scaturita dal profondo della sua anima. «Gleb ed io siamo stati cresciuti come se fossimo costantemente sotto esame. Lui era l’unico a cui fosse concesso sbagliare. A me, mai».

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