asciugava l’angolo dell’occhio come se fosse polvere.
E poi… l’ultimo foglietto.
Era piegato e ripiegato, come se chi l’aveva scritto avesse provato a rendere la frase più piccola.
L’ho aperto.
E l’ho capito subito: quello non lo avrei letto come gli altri.
Non perché volessi nascondere.
Perché ci sono parole che non si lanciano nella stanza. Si tengono. Si proteggono.
Ho preso fiato.
«Qui», ho detto piano, «c’è qualcuno che scrive che non sa più come continuare a portare tutto questo.»
Nessuno si è mosso.
«Che a volte è troppo