Parte 2: Una gravidanza che non è stata una discussione
Ksiusha ha trascorso i primi mesi in una sorta di nebbia, dove la realtà si confondeva con i sogni di un domani migliore. Appuntamenti dal medico, donazioni di sangue, acquisto di vitamine: tutte queste attività quotidiane riempivano le sue giornate, ma non le portavano alcun conforto. Sua madre, pur lamentandosi continuamente della sua imprudente decisione, le metteva davanti ogni mattina una ciotola di farina d’avena, un gesto di premura che Ksiusha non sempre apprezzava.
“Non puoi essere nervosa”, ripeteva la madre, guardando la figlia che continuava a controllare il telefono in cerca di messaggi da Zhenya. “E controlli ogni cinque minuti se ha scritto. Non fa bene né a te né al bambino.”
Ksiusha aspettava i messaggi del marito. A volte le scriveva: “Come stai?” o “Le bambine hanno cenato?”. Lei rispondeva immediatamente, con dovizia di particolari, sperando che la preoccupazione per i figli gli ricordasse la casa che aveva abbandonato. Ogni risposta che dava era attentamente ponderata, ogni dettaglio mirato a evocare ricordi che potessero trattenerlo. Ma Zhenya si faceva sempre meno frequente, e le sue visite, un tempo regolari, divennero sempre più sporadiche.
Prima portava le figlie con sé il sabato. Poi iniziò a usare il lavoro come scusa, richiedendo la sua presenza anche nei fine settimana. In seguito, Mila si sentì male, e gli incontri vennero annullati da un giorno all’altro. Ksyusha sentiva la terra tremare sotto i piedi, ma non poteva ammettere ciò che sapeva: che lo stava perdendo per sempre.
Un giorno, Sonia, che era sempre stata la più sensibile ai cambiamenti in famiglia, chiese direttamente:
“Mamma, papà vive con la zia Mila adesso?” chiese la bambina di sette anni, guardando la madre con i suoi grandi occhi scuri, pieni di curiosità e ansia.
Ksyusha si bloccò, incerta su come rispondere. Per un attimo cercò parole che potessero addolcire l’amara verità, ma trovò solo vuote banalità che suonavano come bugie. «Papà vive da solo per ora», rispose, cercando di mantenere la calma. «È una situazione complicata, ma sono sicura che si risolverà».
«E non ha più bisogno di noi?», chiese Sonia, con un tono di voce che era al contempo domanda e accusa. «Perché non viene più così spesso come prima».
«Certo che ha bisogno di te», rispose Ksiusha, stringendo forte la figlia, sebbene un dolore al cuore le stesse crescendo dentro, un dolore che non riusciva a placare. «Papà ti vuole bene, ma ora ha molte responsabilità».
«Anche quando viveva con lui aveva delle responsabilità, ma veniva», replicò Sonia, quasi a voler ricordare alla madre qualcosa che stava cercando di dimenticare.
Ksiusha si voltò verso la finestra per evitare di mostrare alla figlia le lacrime che le stavano salendo agli occhi. Come poteva spiegare a una bambina che a volte gli adulti scelgono la comodità al posto dell’amore? Come può spiegare che un padre possa abbracciare sua figlia, dirle “Sei la mia bambina”, e poi una settimana dopo non rispondere al telefono?
Alla prima ecografia, mentre il medico le applicava del gel freddo sulla pancia e muoveva la sonda, un suono risuonò nella stanza cambiando tutto: il battito rapido e regolare del cuore del bambino.
“Congratulazioni”, disse il medico con un sorriso. “Avrete un maschietto. Sembra tutto normale.”
Ksyusha fu pervasa da un’ondata di gioia che per un attimo placò tutti i suoi dubbi e le sue paure. Un figlio. Avrebbe avuto un figlio. Un bambino che avrebbe dato a Zhenya la ragione per tornare, quella di cui aveva disperatamente bisogno. Chiamò subito il marito, senza nemmeno aspettare di uscire dall’ambulatorio.
“Avremo un maschietto”, disse, con una nota di gioia che lui non sentiva da mesi nella sua voce. “Il medico l’ha confermato. È un maschio.”
Per un attimo, dall’altra parte calò il silenzio, poi lei sentì la sua voce che, per la prima volta dopo tanto tempo, trasmetteva una vera emozione.
“Davvero?” chiese lui, con un tono di voce che era un misto di sorpresa e gioia. “È fantastico. Davvero fantastico.”
“Verrai stasera?” chiese lei, con una speranza che ormai non reggeva più.
“Certo,” rispose lui, con un tono di voce che era una promessa. “Verrò dopo il lavoro.”
Arrivò con un mazzo di fiori e una piccola tuta blu, simbolo del suo impegno verso la nuova arrivata in famiglia. Quando lui strinse tra le braccia il minuscolo indumento, Ksyusha quasi credette che tutto potesse ancora essere sistemato, che il suo cuore fosse ancora in quella casa, che forse sarebbe tornato dopotutto.
“Potremmo stare di nuovo insieme,” disse, guardandolo con una speranza che era al tempo stesso una supplica e una sfida. «Non devi rispondere ora. Pensaci e basta. Avremo un figlio. Vedrai cosa significa essere padre di un bambino.»
Zhenya alzò lo sguardo, e nei suoi occhi si leggeva un misto di tristezza e rassegnazione.
«Ksyusha…» iniziò, ma lei lo interruppe, non volendo sentire parole che potessero infrangere la sua speranza.
«Pensaci e basta», ripeté, sentendo entrare nella sua voce una nota che era al tempo stesso