La bambina che le ha insegnato a scegliere se stessa

Parte 1: La decisione che avrebbe cambiato tutto
“Partorirò”, disse Ksiusha, in piedi al centro della cucina di sua madre. La sua voce era bassa ma ferma, priva dell’esitazione che l’aveva accompagnata nelle ultime settimane di incertezza. La sua mano era appoggiata sul ventre ancora piatto, come per sentire attraverso la pelle la vita che vi cresceva, sebbene fosse ancora troppo piccola per farsi sentire con un calcio.

Sua madre si immobilizzò, con l’asciugamano tra le mani. Per un istante, fissò la figlia, come incredula, e sul suo viso si leggeva un misto di ansia, stanchezza e autentico terrore. Sapeva che quella decisione poteva essere l’inizio della fine per sua figlia, non un nuovo inizio.

“Ti rendi conto di quello che stai dicendo?”, chiese, posando l’asciugamano sul bancone e avvicinandosi, come per impedire fisicamente alla figlia di compiere quel passo. “Capisci cosa significa per te, per le tue figlie, per tutta la nostra situazione?”

«Capisco», rispose Ksyusha, ma nella sua voce tradiva il suo disappunto per le parole della madre. Era pronta a difendere la sua decisione, sebbene in cuor suo sentisse che le sue argomentazioni fossero fragili come una ragnatela.

«Un quarto figlio da sola?», continuò la madre, alzando la voce pur cercando di mantenere la calma. «Senza lavoro, senza un appartamento tutto suo, senza sicurezza per il futuro? Zhenya si è già trasferito da Mila, e tu pensi che la gravidanza lo fermerà? Che all’improvviso si renderà conto di cosa si sta perdendo e tornerà con la coda tra le gambe?».

Ksyusha abbassò la mano verso la pancia e guardò la madre con uno sguardo di sfida che mascherava la crescente paura dentro di lei.

«Non sarà in grado di abbandonare suo figlio», disse, con un tono di voce che voleva essere convincente ma che suonava più come una disperata supplica al destino. «Capirà che questo è il suo dovere, che non può semplicemente andarsene e far finta di niente».

La madre rise amaramente, e nella sua risata non c’era traccia di gioia. Era la risata di una donna che aveva visto troppo nella vita per credere alle ingenue speranze della figlia.

“Un uomo che ha abbandonato tre figlie”, disse, guardando la figlia dritto negli occhi, “abbandonerà facilmente anche una quarta. Se avesse davvero avuto qualcosa in sé che lo trattenesse, non ti troveresti in questa situazione ora. I figli non sono strumenti per frenare gli uomini. Sono persone che hanno bisogno di un padre che ci sia per loro.”

Ksyusha non voleva sentire quelle parole. Erano troppo crudeli, troppo vere, troppo dolorose. Si voltò verso la finestra, fingendo di guardare fuori, anche se in realtà non vedeva altro che il suo riflesso, una donna pronta a sacrificare tutto per riavere ciò che aveva perso.

Quella sera, quando i bambini dormivano, Ksyusha prese il telefono e compose il numero di Zhenya. Il suo cuore batteva più forte mentre ascoltava i segnali, la sua mente formulava le parole che avrebbero cambiato tutto.

“Devo dirti una cosa”, iniziò, una tensione che non riusciva a nascondere nella sua voce.

“Cosa è successo?” chiese lui, una nota di preoccupazione nella voce che rassicurò Ksiucha.

“Sono incinta”, disse, e dall’altra parte calò il silenzio per quella che sembrò un’eternità. Per un attimo, tutto ciò che riusciva a sentire era il battito del suo cuore, un ritmo di speranza che avrebbe dovuto essere l’inizio di qualcosa di nuovo.

“Ne sei sicura?” chiese infine lui, la sorpresa che si insinuava nella sua voce, trasformandosi rapidamente in qualcosa che forse era paura. “Sei sicura che non sia un errore?”

“Il test è positivo”, rispose lei, sentendo una nota di quella che avrebbe dovuto essere convinzione ma che invece suonava come una supplica. “Andrò in clinica domani per la conferma.”

Zhenya sospirò profondamente, e in quel sospiro Ksyusha percepì qualcosa che non voleva sentire: stanchezza, rassegnazione, la sensazione di un peso che non voleva portare.

“È… inaspettato”, disse, con una nota di cautela nella voce che invece suonava distante. “Non me l’aspettavo. Pensavo che fosse tutto già sistemato.”

“Sei felice?” chiese, una speranza che cercava di nascondere, ma che era chiara come la luce della luna che filtrava dalla finestra, e che si levava nella sua voce.

“Certo che sono felice”, rispose, ma nella sua voce non c’era entusiasmo, solo un dovere da assolvere. “È solo che ora è tutto complicato. Dobbiamo pensarci bene, decidere come risolvere la situazione.”

Ksyusha chiuse gli occhi, sentendo un dolore crescere nel petto senza via d’uscita. Voleva sentire qualcos’altro, ma tutto ciò che sentì fu ciò che già sapeva: che le sue speranze erano costruite sulla sabbia.

«Avremo un figlio», disse lei con un tono di certezza nella voce. «Lo sento. È un maschio.»

«Come fai a saperlo?» chiese lui, con un misto di sorpresa e ansia nella voce. «È troppo presto per dire una cosa del genere.»

«Lo so e basta», rispose lui.

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