I miei genitori hanno immediatamente buttato nella spazzatura l’invito al mio matrimonio, dicendomi di non fare una figuraccia.

quell’oggetto, quando i numeri si facevano complicati, o la giornata si trascinava, o quando i pezzi mancanti della mia vita mi opprimevano. Il mio piccolo compasso d’acciaio. La prova che potevo costruire cose, anche quando nessuno mi guardava.

E poi ho pensato all’invito. Alla scritta. Ai 40 minuti che avevo impiegato a scegliere la carta. Agli 11 dollari a busta. Alla spedizione prioritaria. A tutta quella cura. A tutta quella precisione. A tutta quella preparazione tecnica, pensata per due persone che l’hanno fatta a pezzi tra un sorso di caffè

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