avvicinai e mi sedetti accanto a lui.
Con cautela. Lentissimamente.
Appoggiai la testa sulla sua spalla – la stessa spalla che mi aveva sostenuto durante le notti in ospedale, durante il dolore, durante il silenzio.
Si mosse leggermente, stringendomi istintivamente tra le braccia.
Ed è stato allora che tutto si è spezzato.
Non in mille pezzi, ma in qualcosa di intero.
Tutti i dubbi. Tutta la paura. Tutta la silenziosa convinzione di essere diventata un peso troppo grande da sopportare.
Confrontare.
Sostituita da qualcosa di stabile.
Qualcosa di certo.
Chiusi gli